Cervicale: sintomi, cause e quando è il caso di approfondire

“Dottore, ho la cervicale.”

Sento questa frase tutti i giorni. E tutte le volte la mia risposta è la stessa:

“Che cosa intende esattamente?”

Può sembrare una domanda banale, ma da qualche parte dovremo pur iniziare. “La cervicale” è diventata una parola-contenitore: ci finisce dentro qualsiasi dolore al collo, una rigidità mattutina, il mal di testa, persino un fastidio alla spalla. Dal punto di vista medico, però, la cervicale è semplicemente il tratto della colonna vertebrale formato dalle prime sette vertebre. Non è una malattia, è anatomia.

Quando si parla di cervicalgia (termine “medichese” per dire che hai dolore al collo), quindi, non si sta indicando una singola patologia, ma un sintomo che può avere caratteristiche e origini molto diverse. E proprio per questo — capire quali strutture sono coinvolte, come si manifesta il problema e quali fattori hanno fatto sì che comparisse e che rimanesse a dar fastidio — è la condizione necessaria per trovare il percorso giusto.

Questo approfondimento quindi è fatto come un mini prontuario di aspetti rilevanti, potrai saltare alla parte che più ti interessa:

Parto come sempre faccio da ciò che conta di più. Nella maggior parte dei casi, il dolore cervicale non è legato a patologie gravi e tende a migliorare con un trattamento adeguato e con il tempo. Esistono però situazioni in cui è importante non aspettare.

I segnali che meritano un approfondimento sono questi:

  • un trauma importante, come un incidente stradale o una caduta significativa;
  • un dolore molto intenso e improvviso, diverso da quelli vissuti in passato;
  • febbre, brividi o perdita di peso non spiegata;
  • dolore persistente anche a riposo o durante la notte;
  • perdita di forza del braccio o della mano;
  • formicolio persistente al braccio o alterazioni della sensibilità che peggiorano nel tempo;
  • difficoltà nel camminare, problemi di equilibrio o alterazioni della coordinazione.

La presenza di uno o più di questi segnali non significa necessariamente che ci sia qualcosa di grave, ma è un motivo valido per eseguire una valutazione approfondita piuttosto che aspettare.

Una cosa che ripeto spesso: una radiografia o una risonanza magnetica mostrano le strutture anatomiche, non spiegano necessariamente l’origine del dolore. Gli esami devono essere interpretati insieme alla storia clinica e alla visita. Affidarsi esclusivamente al referto porta spesso a conclusioni affrettate e a percorsi terapeutici inutili o sbagliati.

(Fonti: PubMedPubMed)

Questo capitolo è un tentativo di farti capire che struttura incredibile è il collo, visto che di solito viene bistrattato e sottovalutato (tranne quando ti fa male, ammettilo). Il collo deve compiere una missione impossibile ogni giorno: essere estremamente mobile ma altamente stabile al tempo stesso, mentre protegge strutture vitali senza che ne risentano, come per esempio le arterie che alimentano il cervello e nervi importantissimi quali il vago.

Pensi sia facile? Partiamo dall’esigenza di stabilità:

  • La testa di un adulto pesa tra i 4,5 ed i 5,5 kg. Quando è in equilibrio sopra la colonna i muscoli del collo reggono quel peso quasi senza fatica, perché è una posizione meccanicamente efficiente, progettata per funzionare così.
  • Se provi a piegare la testa in avanti però la leva che si crea è maggiore, e questo moltiplica il peso che grava sul collo, potendo raddoppiare a soli 15° di flessione (Fonte: PubMed). Ed i ragazzini che mantengono la testa totalmente piegata? Arriviamo a 27kg. Il collo può reggere senza problemi un peso del genere, ma solo se non è mantenuto per ore ed ore ogni giorno.

La testa è sempre la stessa, ma il suo peso “funzionale” può quintuplicarsi a seconda di dove si trova nello spazio.

Il doppio del carico, per ore, tutti i giorni, su strutture che non sono affatto progettate per reggere quel peso in modo continuativo. Ed è qui che parte tutto il resto.

Non stupisce che nel mondo questo abbia dato origine ad una nuova sindrome, chiamata text neck syndrome, vale a dire quel dolore al collo che salta fuori in persone che usano i cellulari per varie ore al giorno (Fonte: PubMed)

Ora, pensa all’esigenza di mobilità:

Hai presente quando racconti che quando senti il collo in tensione hai anche una sensazione di sbandamento leggero, che ti si abbina alla nuca che sembra fatta di marmo, e che l’otorino ed il neurologo (da cui sei giustamente andato su consiglio del tuo medico curante) escluse patologie hanno liquidato il tutto con “sarà il collo, non si preoccupi”?

Questo accade perché la cervicale è la parte del nostro corpo che serve da posizionatore della nostra centralina di comando, la testa, grazie ad una moltitudine di piccoli recettori che informano costantemente il sistema nervoso.

Nella testa risiedono molti degli organi di senso più importanti, tra cui occhi ed orecchie, che in ogni momento percepiscono ciò che ci sta attorno e registrano la nostra posizione nello spazio in base a movimento, orizzonte e gravità.

Avviene quindi una vera e propria triangolazione:

  • L’orecchio interno indica il posizionamento della testa nello spazio
  • L’occhio ne specifica la posizione rispetto all’ambiente circostante
  • Il collo indica la posizione della testa rispetto al tronco

Il problema nasce quando quei muscoli restano cronicamente contratti o in situazioni disfunzionali — per sovraccarico posturale, per tensione prolungata, per un episodio acuto mal gestito. I recettori del collo cominciano a mandare segnali imprecisi: indicano un movimento che non sta avvenendo, o non registra quello che sta accadendo davvero. Come tirare le briglie del cavallo da un solo lato. (Fonte: Frontiers)

Il sistema nervoso si trova quindi in una situazione paradossale: le informazioni che arrivano da orecchio, occhio e collo non tornano. E quando i dati non tornano, la risposta è quella sensazione di testa “leggera”, di sbandamento, di mondo che non sta fermo. Non è nella tua testa — è dal collo che parte tutto.

Hai capito quanto sia difficile il lavoro del collo? 

“Ma perché mio cugino ha la stessa diagnosi e sta benissimo, mentre io soffro ancora?”

La domanda è legittima, ma se mi hai seguito fino a qua senza saltare nulla avrai già una mezza idea della risposta. L’altra metà della risposta te la scrivo più chiaramente: non esiste un’unica causa della cervicale. Nella maggior parte dei casi il dolore cervicale nasce dall’interazione di più fattori e non può essere ricondotto a un’unica origine.

Anche elementi apparentemente distanti — il tempo trascorso nella stessa posizione, certe attività lavorative, un periodo di stress, una riduzione dell’attività fisica — possono contribuire al mantenimento dei sintomi. Non sono necessariamente la causa del dolore, ma possono aumentare il carico a cui il collo è sottoposto.

Le linee guida internazionali lo confermano: il dolore cervicale è una condizione multifattoriale. Per questo motivo due persone con esami diagnostici molto simili possono avere sintomi completamente diversi. E — cosa che sorprende molti — persone con alterazioni visibili alla risonanza magnetica possono non avvertire alcun dolore.

C’è poi una cosa su cui batto e ribatto: l’intensità del dolore non è una misura della gravità del problema. Un male al collo molto intenso può essere legato a una contrattura muscolare destinata a migliorare in pochi giorni. Un dolore meno evidente ma persistente può invece richiedere un inquadramento più accurato.

La domanda giusta non è “Quanto mi fa male?”, ma “Come si manifesta? Quando compare? Cosa lo peggiora?” Sono queste informazioni che aiutano il professionista a orientare la valutazione.

Permettimi di renderlo concreto con due persone immaginarie (ma non troppo, perché le ho incontrate entrambe in studio in versioni diverse).

Marco e Luca hanno quarant’anni, lavorano entrambi al computer, hanno entrambi una risonanza magnetica con la stessa dicitura: “modiche alterazioni degenerative C5-C6”. Marco ha un fastidio occasionale al collo, ci convive senza particolari limitazioni. Luca invece da otto mesi non riesce a guidare oltre venti minuti, dorme male, e ha smesso di andare in palestra perché “non sa mai come si sveglierà”.

Stessa anatomia sul referto. Situazioni completamente diverse.

La differenza non sta nelle vertebre. Sta nel fatto che Luca, nel periodo in cui il dolore è comparso, stava attraversando un momento lavorativo ad alta pressione, aveva ridotto drasticamente l’attività fisica e aveva sviluppato — comprensibilmente — una certa paura del movimento. Questi fattori non hanno causato le alterazioni a C5-C6, che probabilmente c’erano già. Ma hanno trasformato un dato anatomico silenzioso in un problema che condiziona la sua giornata.

Trattare Luca come se fosse Marco — stessa diagnosi, stesso protocollo — è l’errore più comune che si fa con la cervicale.

In parole semplici: prima di cercare una terapia, è fondamentale capire quali siano i fattori che contribuiscono ai sintomi di quella specifica persona. Solo una valutazione clinica individuale permette di comprendere le reali cause del dolore cervicale e di scegliere il trattamento più appropriato.

(Fonte: PubMed)

Ogni persona che arriva in studio porta con sé una storia diversa, sintomi differenti e aspettative proprie. Non c’è un trattamento miracoloso, sarà bene lo dica ancora una volta.

C’è però una cosa che accomuna quasi tutte le persone che vedo con un dolore cervicale persistente: il problema non si esaurisce nel collo. E limitare la valutazione al tratto cervicale, senza guardare cosa succede sopra e sotto, significa spesso lavorare sulla parte emersa dell’iceberg.

Il collo e la colonna dorsale formano una continuità meccanica. Quando il tratto dorsale perde mobilità — cosa che accade molto frequentemente in chi lavora a lungo seduto — il collo è costretto a compensare, aumentando il proprio carico di lavoro. Ho pazienti che arrivano con una cervicale rigida e dolorante da mesi, e quando valutiamo la dorsale troviamo una mobilità ridotta che nessuno aveva mai considerato. Lavorare solo sul collo, in quei casi, porta a benefici limitati e temporanei.

C’è poi un’altra connessione che sorprende molti: quella tra il collo e il diaframma. Il diaframma non è solo il muscolo della respirazione: è un crocevia fasciale e posturale. Le sue inserzioni si estendono fino alle vertebre lombari, ma attraverso la fascia e le catene muscolari influenza anche la tensione del tratto cervicale. Persone con una respirazione superficiale o con tensioni diaframmatiche — spesso legate a stress prolungato — presentano frequentemente una cervicale più reattiva. Non è un caso: il collo respira con il diaframma, e quando uno dei due lavora male, l’altro lo avverte (Fonte: PMC).

C’è un terzo livello di connessione che vale la pena conoscere, perché spiega molti dei sintomi che i pazienti faticano a collegare al collo, e riguarda la relazione tra cervicale e sistema nervoso autonomo. Il nervo vago — che origina nel tronco encefalico e scende attraverso il collo verso cuore, polmoni e apparato digerente — è il principale regolatore parasimpatico del corpo. Uno studio molto interessante di recente pubblicazione, ha valutato in 102 pazienti con dolore cervicale cronico l’effetto della stimolazione transcutanea del nervo vago, rilevando che la modulazione del sistema nervoso autonomo influenza significativamente la percezione del dolore e la disabilità cervicale (Fonte: PMC).

Se hai vissuto in prima persona un incidente d’auto con relativo colpo di frusta, potresti aver sentito svariati disturbi: stanchezza, vertigini, nausea, irritabilità e mal di testa. Sappi che questi potrebbero essere stati causati da un coinvolgimento del collo, tant’è che trattandone la muscolatura può contribuire a migliorare nettamente la gran parte di questa sintomatologia (Fonte: PMC).

Nella valutazione osteopatica, quindi, non mi fermo ai muscoli e alle articolazioni del collo. Osservo come il paziente respira, come muove la dorsale, se ci sono tensioni fasciali che risalgono dall’addome o dal torace. Questo non significa che il dolore cervicale sia sempre di origine lontana — a volte è davvero un problema locale — ma significa che senza una visione d’insieme si rischia di trattare il sintomo senza mai toccare il problema.

In questo studio di revisione recente, per esempio sia il dolore che la limitazione funzionale sono risultate nettamente migliorate a seguito di trattamento con trattamento manipolativo osteopatico (Fonte: PubMed).

C’è una differenza importante tra un episodio acuto di dolore al collo e un dolore che si ripresenta regolarmente o che non se ne va mai del tutto. Nel secondo caso, il dolore cervicale cronico spesso non è più solo un problema meccanico: è diventato anche un problema di sistema.

Quando il dolore persiste nel tempo, il sistema nervoso impara a mantenere un livello di allerta elevato nella zona. I muscoli restano in tensione anche quando non ci sarebbe motivo, i movimenti vengono evitati per paura di far male, e questa combinazione di ipervigilanza muscolare e riduzione dell’attività finisce per alimentare il dolore stesso. È un circolo che conosco bene, perché l’ho visto in molti pazienti che semplicemente non facevano più vita, tra cicli di farmaci presi a caso e paura di peggiorare una situazione ritenuta irrecuperabile.

In questi casi, l’approccio osteopatico cambia prospettiva. L’obiettivo non è “aggiustare” qualcosa di rotto — perché di solito non c’è nulla di rotto — ma ridare al sistema la possibilità di muoversi, respirare e caricarsi senza interpretare ogni stimolo come una minaccia. Questo significa lavorare sulla mobilità complessiva, sulle connessioni tra collo, dorsale e diaframma, e — in modo altrettanto importante — aiutare la persona a capire cosa sta succedendo nel proprio corpo.

Le evidenze scientifiche mostrano che la terapia manuale può rappresentare uno strumento utile per ridurre il dolore e migliorare la mobilità del collo, soprattutto quando viene inserita all’interno di un approccio più ampio che comprende esercizio terapeutico, educazione del paziente e partecipazione attiva al percorso di recupero.

Il trattamento manuale, da solo, raramente rappresenta la soluzione definitiva. I risultati migliori si ottengono quando il paziente capisce il proprio problema, mantiene uno stile di vita attivo e collabora attivamente al percorso. Per questo, in studio, dedico sempre una parte della visita a spiegare cosa sta succedendo, quali comportamenti possono favorire il recupero e come gestire il disturbo nella vita quotidiana.

L’obiettivo non è soltanto togliere il dolore nell’immediato. È aiutare la persona a recuperare la migliore funzionalità possibile, prevenire eventuali ricadute e — quando il dolore dovesse tornare — sapere come gestirlo.

(Fonti: PubMedPubMed)

Che fare con il tuo nuovo smartphone quindi? Devi smettere di usarlo per il rischio di avere male al collo?

La risposta breve è: non esattamente. Non è lo smartphone a causare il dolore cervicale, ma il tempo trascorso nella stessa posizione e la ridotta variabilità del movimento. Rimanere per molte ore con il capo flesso in avanti  può aumentare la tensione sulle strutture del collo e contribuire al mantenimento dei sintomi, soprattutto in chi è già predisposto.

Non rinunciare al tuo smartphone, ma fatti furbo:

  • evita di mantenere la stessa posizione per tempi prolungati;
  • fai brevi pause durante il lavoro o l’utilizzo dei dispositivi;
  • muovi regolarmente collo e spalle durante la giornata;

Il nostro corpo è progettato per muoversi. Più che inseguire una postura “perfetta” — che non esiste — è importante alternare le posizioni e interrompere periodicamente la sedentarietà. Spesso sono proprio questi piccoli accorgimenti quotidiani, associati a uno stile di vita attivo, a fare la differenza nel lungo periodo.

(Fonte: PubMed)

Il dolore cervicale è una delle condizioni più comuni con cui le persone si presentano in studio. Ed è anche una delle più fraintese, proprio perché la sua frequenza porta spesso a semplificarla — o ad affrontarla con soluzioni preconfezionate.

Come abbiamo visto, non esiste una sola cervicale: i sintomi della cervicale, le cause della cervicale e i fattori che contribuiscono alla comparsa del dolore al collo possono essere molto diversi da persona a persona. Il collo non è un’isola: è connesso alla dorsale, al diaframma, alle abitudini posturali, allo stress e a molto altro ancora. Ignorare queste connessioni significa lavorare in modo parziale.

Una valutazione clinica accurata permette di comprendere l’origine del disturbo, individuare eventuali segnali che richiedono ulteriori approfondimenti e costruire un percorso personalizzato. Le evidenze scientifiche più recenti indicano che, nella maggior parte dei casi di dolore cervicale non specifico, un approccio che combina educazione, movimento, terapia manuale e partecipazione attiva del paziente è la strategia più efficace per ridurre il dolore, migliorare la funzionalità e favorire un recupero duraturo. (Fonti: PubMedPubMedPubMed)

Ti sei perso, non capisci più nulla sul tuo dolore al collo e hai bisogno di una mano? Contattami, e vediamo di trovare assieme il bandolo della matassa.

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